Gramsci e la Brigata Sassari

8 Dicembre 2012 | Filed under: politica

Della propaganda svolta a Torino tra i soldati della Sassari rimangono alcune tracce documentarie. Esse attestano il ricorso al senso di appartenenza regionale come fattore di possibile solidarietà tra certi militanti socialisti – stabilitisi a Torino, ma provenienti dalla Sardegna – e i militari. Ma questo passaggio è sostanzialmente strumentale rispetto al fine di suscitare un comune slancio rivoluzionario, o comunque idee politiche favorevoli ad un progresso sociale basato sul moderno conflitto di classe. Non emerge nessuna contemplazione dell’identità regionale. Anche il ricorso al sardo, che come vedremo compare in molte testimonianze di quanti collaborarono con Gramsci, è funzionale al tentativo di spingere i soldati a solidarizzare: non implica un’esaltazione dell’alterità linguistica come valore in sé.
Gramsci – il quale accoglieva “con slancio qualunque corregionale, col quale parlava volentieri in dialetto” – si impegna a fondo in questa azione, che passa attraverso la diffusione di volantini e la comunicazione orale diretta. Sebbene inizialmente la situazione sia apparsa molto tesa, Gramsci riesce a sfruttare “le circostanze di essere sardo e di padroneggiare il dialetto per svolgere opera di convincimento”. Riferirà in seguito Mario Montagnana, circa l’uso scritto del sardo da parte di Gramsci: “Ogni pretesto era buono per offrire fraternamente, a uno o due di questi soldati, un bicchiere di vino alla vicina osteria; per accompagnarli per un pezzo di strada; per ‘attaccar loro un bottone’, parlando del loro paese, di Torino, di come vivevano e di cosa volevano gli operai; per far loro scivolare nelle mani dei manifestini, brevi, semplici, convincenti, che Antonio Gramsci aveva redatto personalmente, apposta per loro, non in italiano, ma nello stesso dialetto della loro isola”.

 Da: Lingua, identità, politica in Antonio Gramsci.  Articolo di Alessandro Carlucci tratto dalla rivista NAE Trimestrale di cultura – Anno VII N.25/2008

Gino Castagno  racconta l’episodio. (Tratto dal volume “Gramsci gl’intellettuali e la cultura proletaria” di C. Bermani)

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